Non avevo programmato niente.
Era agosto, ero in ferie, stavo cenando senza un’idea precisa.
Poi, all’improvviso, un flash.
La Corsica.
Foto: Ruben Holthuijsen, Wikimedia Commons, CC BY 2.0
Non ci ero mai stato, ma nel mio immaginario era sempre stata una terra di avventura, una di quelle che non ti aspettano: ti prendono. Guardo l’orologio: sono le 21.
Prendo il telefono. Livorno–Bastia, mezzanotte.
Un posto libero.
Solo ponte.
Perfetto.
Se deve essere avventura, che lo sia da subito.
In dieci minuti apro l’armadio, tiro fuori sacco a pelo e tenda.
Niente alberghi, niente prenotazioni, niente piani.
Uno zaino con il minimo indispensabile.
E via.
Non sapevo quanti giorni sarei stato fuori.
Non mi ero posto il problema.
Il ferro sotto di me era quello giusto: tutto metallo, niente plastica, meccanica pura, cardano nervoso come un cavallo di razza che scalpita appena sente odore di strada.
Un mezzo che non ti accompagna: ti sfida.
La nave parte.
Il ponte è un miscuglio di vento, sale e gente che dorme come può.
Io no.
Io guardo il buio del mare e penso che certe decisioni non arrivano dalla testa: arrivano da un posto più profondo.
Bastia mi accoglie con un odore diverso.
Più ruvido.
Più vero.
La Corsica non è un’isola: è un carattere.
Le strade costiere sono strette, tortuose, a strapiombo sul mare.
Curve che sembrano scolpite da qualcuno che conosce le moto meglio degli uomini.
Il ferro vibra, il cardano tira, il vento spinge.
E tu vai. Perché non puoi fare altro.
La Corsica non si mostra subito.
Ha un modo di restare in silenzio, come una lama che riflette la luce senza mai rivelare da dove arriva. Le strade che corrono tra il mare e la roccia sembrano trattenere qualcosa, una vibrazione sottile che passa attraverso e poi sparisce, come se un’altra storia camminasse accanto senza farsi vedere davvero.
La Corsica ha la luce delle cose che si proteggono: un guscio grezzo, roccioso, che trattiene il sole come fosse un segreto.
E quando si apre, a volte, lascia emergere una perla inattesa — Saint‑Florent e Calvi brillano proprio così.
C’è un momento, lungo quei tornanti sospesi, in cui l’aria cambia senza motivo.
Non è vento, non è luce. È una familiarità che sfiora e poi si ritrae, come se il paesaggio avesse memoria di qualcosa che non può essere detto.
La Corsica non racconta: suggerisce.
E chi la attraversa, per un istante, sente di appartenere a una presenza che non ha nome.
Saint‑Florent è un quadro.
Calvi è un miraggio.
La costa è un contrasto continuo: selvaggia, luminosa, tagliente.
Ogni chilometro è un invito a restare, ogni curva è una promessa che non sai se puoi mantenere.
La Corsica non è terra per tutti.
O la ami o la odi.
E se la ami, ti resta dentro come una reminiscenza che non smette di chiamarti.
Tu magari te ne dimentichi, preso dalla vita, dal lavoro, dalle stagioni che passano.
Lei no. Lei resta lì, ferma, come un animale antico che ti ha riconosciuto.
E aspetta il ritorno.
Perché ormai, in qualche modo, le appartieni.
Foto: JopkeB, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Il mio obiettivo era semplice e sacro: arrivare a Bonifacio, guardare quel tratto di mare, e gettare un mazzo di fiori per i miei nonni, affondati nel naufragio della goletta Annina.
Io non li ho mai conosciuti.
Ma nel mio mondo, loro conoscono me.
Perché io provengo da loro.
E quel gesto, quel mazzo di fiori, era il modo più diretto che avevo per dirglielo.
Ma la strada, a volte, decide per te.
A metà percorso sento un colpo secco.
La ruota posteriore si alleggerisce. Il ferro vibra in modo sbagliato.
Mi fermo.
Diversi raggi spezzati.
La Corsica non ti ferma: ti mette alla prova.
Riparto piano, molto piano.
Ogni chilometro è un dubbio.
Ogni curva è una domanda. Il cardano tira, ma la ruota non è più quella di prima.
E allora capisci che non puoi andare avanti.
Non oggi.
Torno verso Bastia.
La strada che prima ti chiamava ora sembra guardarti in silenzio.
Non è un rimprovero.
È un arrivederci.
La nave per Livorno parte che è ancora buio.
Il ferro vibra sotto di me, come se sapesse che il viaggio non è finito: è solo rimandato.
La Corsica resta lì, selvaggia e immobile, come una promessa che non hai mantenuto.
Ma che manterrai.
Non è un addio.
È un ritorno che deve ancora succedere.
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