Il viaggiatore si ferma davanti a due bobber parcheggiati lungo un muro di mattoni.
La prima è una Yamaha Drag Star 1100, verde profondo, lucida come una bottiglia d’annata. Le cromature brillano, la sella in cuoio sembra uscita da una bottega artigiana, i parafanghi pieni raccontano una libertà elegante, quasi nostalgica. È un bobber che non rinnega la sua origine cruiser: toglie il superfluo, ma conserva la grazia.
Accanto, una Harley Davidson in livrea Army, verde oliva opaco, sella a molle, manubrio corto, parafango tagliato. Nessuna cromatura, solo metallo e pelle grezza. È un bobber nato in officina, essenziale, ruvido, costruito per la strada più che per lo sguardo. Qui la libertà non è estetica: è sopravvivenza.
Due moto, due filosofie. Una racconta la bellezza, l’altra la materia.
Il viaggiatore capisce che la libertà può brillare o può restare opaca: ciò che conta è il modo in cui ti porta lontano.


Commenti
Posta un commento