Castiglioncello: dagli Etruschi ai Macchiaioli, dal barone del guano al Castello Pasquini — la storia dietro il borgo toscano

Castello Pasquini a Castiglioncello, profilo neogotico sul promontorio

Foto: Unukorno, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Il viaggiatore arrivò a Castiglioncello nel tardo pomeriggio, dopo una strada che correva tra il mare e la pineta.
Parcheggiò la moto vicino al giardino del Caffè Ginori, aperto nel 1946, un luogo che sembra trattenere ancora la voce delle estati passate. Il casco rimase sul tavolo, il motore caldo come un animale che non si è ancora del tutto fermato.

Seduto all’ombra, con il rumore del mare che arrivava appena, il viaggiatore ebbe la sensazione che quel luogo avesse strati invisibili sotto la superficie: una torre, un castello, una storia che non si vede ma continua a respirare.
Fu in quella immobilità che iniziò a chiedersi cosa si nascondesse davvero dietro quel promontorio.

Le origini profonde

Castiglioncello non nasce come borgo balneare, ma come avamposto etrusco.
Tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C., gli Etruschi stabilirono qui un insediamento strategico: controllava la costa e la Via Aurelia, arteria fondamentale per gli scambi verso nord.

Durante gli scavi archeologici venne alla luce una necropoli con oltre 300 tombe, una delle più importanti della zona.
I reperti — urne, corredi, ceramiche — sono oggi conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Castiglioncello, testimonianza di una presenza antica e organizzata.

Nel Medioevo, il promontorio passò ai conti pisani Del Porto, che costruirono un castello chiamato Castiglione Mondiglio: da questo nome deriva l’attuale «Castiglioncello».

Tra il XV e il XVII secolo, i Medici edificarono una torre di avvistamento sul promontorio, parte del sistema difensivo costiero contro le incursioni saracene.
La torre, ancora visitabile, è uno dei punti più antichi rimasti in piedi.

Torre medicea di Castiglioncello tra pini e luce

Foto: Etienne (Li), Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Diego Martelli e i Macchiaioli

Nell’Ottocento Castiglioncello divenne un luogo di arte e rivoluzione culturale.
Il merito fu di Diego Martelli (Firenze, 1839–1896), critico d’arte e sostenitore dell’Impressionismo italiano.
Martelli frequentava il Caffè Michelangiolo a Firenze, ritrovo dei Macchiaioli, e dal 1862 iniziò a ospitare nella sua tenuta di Castiglioncello alcuni dei pittori più innovativi del tempo.

Tra i primi arrivarono Giuseppe Abbati, Raffaello Sernesi e Odoardo Borrani.
Nel 1867, dopo la morte della moglie, Giovanni Fattori raggiunse Martelli cercando un luogo dove ritrovare equilibrio.
Qui dipinse opere fondamentali, tra cui «La signora Martelli a Castiglioncello», ritratto di Teresa Fabbrini, compagna di Martelli.

Anche Silvestro Lega frequentò la tenuta.
Da questo nucleo nacque la cosiddetta «Scuola di Castiglioncello», che produsse opere come «Paesaggio a Castiglioncello» (1867–70) e «La Torre Rossa».
Non erano solo artisti: erano uomini legati da ideali politici del Risorgimento, da un’idea di Italia che stava nascendo.

La caduta e il potere: il barone Patrone e il Castello

Le difficoltà economiche costrinsero Martelli a vendere le sue proprietà.
Nel 1889, il terreno fu acquistato dal barone Lazzaro (Fausto) Patrone, imprenditore arricchitosi con il commercio del guano sudamericano.

Patrone fece demolire la fattoria di Martelli, quella stessa che i Macchiaioli avevano immortalato nei loro dipinti.
Al suo posto volle un edificio monumentale: il Castello Pasquini (nome attuale), costruito in stile neo‑gotico eclettico, ispirato a Palazzo Vecchio di Firenze.
I lavori furono affidati alla famiglia Luparini di Castelnuovo della Misericordia.

Il complesso includeva una casa del custode con merli gotici, una cappella circolare interrata decorata in stile Coppedè, giardini e strutture di servizio.

Il barone impose che anche la stazione ferroviaria — inaugurata nel 1910, progettata dall’ingegnere Giuseppe De Montel — rispecchiasse lo stile del castello.
Ecco perché la stazione di Castiglioncello ha un aspetto insolito: sembra un piccolo castello, con finestre ad arco e torre.

Durante gli scavi per la ferrovia (1905–1908) vennero alla luce le tombe etrusche della necropoli.

Ciò che resta oggi

Negli anni ’40 il castello fu acquistato dalla famiglia Pasquini, da cui deriva il nome attuale.
Dopo un periodo di abbandono, tra 1980 e 1981 venne acquisito dal Comune di Rosignano Marittimo.

Oggi è gestito dalla Fondazione Armunia, centro culturale che ospita eventi, festival e il Premio Letterario Castiglioncello (attivo dal 1977).

Diego Martelli, l’uomo che perse tutto, è oggi ricordato con una via a lui dedicata nel centro del paese e con il Centro per l’Arte Diego Martelli a Rosignano Marittimo.

Un ribaltamento poetico:
chi perse la propria terra è oggi ricordato nel nome delle strade;
il castello di chi lo sostituì porta il nome di altri proprietari ancora.

C’è anche un secondo capitolo di questo viaggio: Castiglioncello anni ’60 — Sordi, Mastroianni e il Ciucheba, quando il promontorio diventa salotto del cinema italiano, set de Il Sorpasso e tempio della notte.

Un passo più in alto, sul colle del capoluogo: Rosignano Marittimo, il borgo medievale che Google non vede — castello, torri medicee e la festa di San Nicola da Tolentino.

La strada che riparte

Il viaggiatore si alzò dal tavolino, il caffè finito, il casco di nuovo in mano.
La piazza sembrava la stessa, tranquilla, quasi immobile.
Eppure ora sapeva che sotto quella quiete vivevano secoli di avamposti, pittori, baroni, scavi, memorie che continuano a parlarsi nel tempo.
La moto riprese la strada, lasciando Castiglioncello con la sua storia che non smette mai di emergere.

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