Rosignano 1944: il podere che non ha più voce

Castello di Rosignano Marittimo, collina e memoria del territorio

Foto: Sailko, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0 — Castello di Rosignano Marittimo

1. Il viaggiatore e il bar di Rosignano

Il viaggiatore entra in un bar di Rosignano Solvay come si entra in un porto di terra: non per bere soltanto, ma per ascoltare.
Fuori, la luce del tardo pomeriggio si stende sulle strade, sulle fabbriche lontane, sulle case basse che portano addosso decenni di vento salmastro e di storia.

Dentro, il bar è un piccolo teatro quotidiano: tazzine, bicchieri, voci.
Due uomini parlano piano, con quel tono che si usa quando si toccano argomenti che non appartengono solo alla memoria, ma alla terra stessa.

«…al Saracino… quella volta… non si può dimenticare…»

Il viaggiatore non si avvicina, non interrompe.
Lascia che le parole arrivino da sole, come onde che si infrangono a distanza.
Capisce subito che non è una storia di caccia, né di campagna, né di vecchie liti di paese: è una storia che appartiene ai luoghi del silenzio, quelli che non si cercano — si trovano.

2. Rosignano nel 1944: una costa in linea di fuoco

Per capire il Saracino, il viaggiatore deve spostarsi indietro nel tempo, in un luglio che non è più quello del mare e delle vacanze, ma quello del fronte.

Siamo nei primi giorni di luglio 1944.
La costa toscana è una fascia tesa tra due forze:

  • da sud, l’avanzata alleata;
  • da nord, la ritirata tedesca verso la linea dell’Arno.

La Wehrmacht e reparti delle SS applicano la tattica della terra bruciata:
poderi rastrellati, requisizioni, violenze arbitrarie sui civili.

La zona di Rosignano è sottoposta a:

  • cannoneggiamenti continui;
  • bombardamenti ripetuti;
  • passaggi di colonne militari;
  • requisizioni di viveri e bestiame.

Molti contadini e sfollati scelgono di non restare nelle case:
si spostano nei boschi, nelle macchie, in rifugi improvvisati scavati nella terra.

Il viaggiatore immagina quel paesaggio:
non la Rosignano di oggi, ma una terra sospesa, dove ogni rumore può essere un presagio.

3. Il podere Saracino: una casa, una famiglia, un rifugio

Il podere Saracino è una casa di campagna immersa nella campagna di Rosignano Solvay.
Qui vive la famiglia Ricciarelli, agricoltori, radicati nella terra.
Con loro, in quei giorni, hanno trovato riparo altri sfollati, tra cui Ermando Luppichini con moglie e figli.

A poche decine di metri dalla casa padronale, in una macchia di boscaglia, è stato allestito un rifugio sotterraneo improvvisato:

  • una cavità scavata nella terra;
  • coperture di legno e frasche;
  • qualche coperta, qualche sedia, pochi oggetti;
  • un luogo pensato per proteggersi dai bombardamenti.

Il viaggiatore vede quel rifugio nella sua mente:
un ventre di terra, un silenzio denso, il respiro trattenuto di chi aspetta che il rumore delle bombe si allontani.

4. Il pomeriggio del 2 luglio 1944: l’inganno della macina

È il 2 luglio 1944. Sono circa le 17:30.

Tre militari tedeschi, di stanza nella zona dalle prime ore del mattino, raggiungono il podere. Una pattuglia più consistente resta appostata nei dintorni.

C’è una momentanea pausa nel cannoneggiamento. Emo Ricciarelli ne approfitta per uscire dal rifugio sotterraneo e andare a dar da mangiare al bestiame, che nei giorni precedenti ha garantito a tutti la sopravvivenza.

Inigo, il nipote sedicenne, sta uscendo per dargli una mano quando vede i tedeschi. Torna indietro, avverte gli altri. Tutti lasciano il rifugio e si dirigono verso la casa padronale.

Il viaggiatore immagina quel momento: la corsa silenziosa nella boscaglia, il cuore che batte più forte del cannone lontano, la casa che sembra l’unico porto possibile.

Appena entrati, li trovano già lì: i tre soldati tedeschi, in cucina, che parlano concitatamente tra loro.

Ermando Luppichini, genero del vecchio fattore Angiolo, tenta l’unica strada che conosce: offre loro da bere, cerca di stabilire un rapporto, di renderli meno ostili. Ma i soldati rifiutano.

Poi arriva l’ordine, mascherato da richiesta banale: intimano a Luppichini, a Ulisse e a Emo Ricciarelli — i figli di Angiolo — di uscire con loro, per aiutarli a tirare fuori una macina rimasta in un campo.

Angiolo si offre di accompagnarli. Viene lasciato in casa: è troppo vecchio, dicono.

Il viaggiatore capisce, in quell’istante, che la macina non è mai esistita. Era solo un pretesto, un modo per allontanare tre uomini dagli occhi degli altri.

5. Gli spari, e il resto

Dopo poco, dalla casa si sentono i colpi di mitra. Le grida dei tre.

Angiolo esce di corsa. Si getta contro gli uomini che hanno appena ucciso i suoi figli. Un colpo di mitraglia lo abbatte.

Lo stesso destino tocca, uno dopo l’altro, a Zelinda Turini, a Maria Geppini, a Jole Ricciarelli, a Francesca Bettini.

Il reparto responsabile del massacro non verrà mai identificato.

Il viaggiatore non trova, in nessun documento, alcuna menzione di bambini presenti quel giorno nel rifugio. Solo otto nomi, e un nipote di sedici anni che, forse, deve la vita a un istante di prontezza — l’aver visto i soldati un momento prima di essere visto.

I nomi che la memoria istituzionale della Regione Toscana custodisce — «Storia e memorie del ’900», Comune di Rosignano Marittimo — sono questi:

  • Ermando Luppichini, 55
  • Angiolo Ricciarelli, 79
  • Ulisse Ricciarelli, 47
  • Emo Ricciarelli, 32
  • Zelinda Turini, 77
  • Maria Geppini, 79
  • Jole Ricciarelli
  • Francesca Bettini

Otto vite. Otto storie che non possono più essere raccontate in prima persona.

6. Lo stesso giorno: l’Acquabona

Nello stesso 2 luglio, a poca distanza, in via dell’Acquabona, un altro gruppo di civili viene trucidato: la famiglia Nocchi.

La geografia di Rosignano, quel giorno, è una mappa di ferite.

7. L’11 luglio 1944: la «piccola Cassino»

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1944, le truppe americane e i partigiani liberano il castello di Rosignano Marittimo.
Gli scontri sono così duri che il borgo viene chiamato «la piccola Cassino».

Il viaggiatore immagina le pietre del castello, annerite dal fumo, e la gente che esce dalle case come dopo una lunga notte.

8. Il Saracino nella memoria

Oggi, il podere Saracino è un luogo di memoria.
Un cippo commemorativo ricorda i nomi dei caduti.
Fa parte degli Itinerari della Memoria del territorio di Rosignano.

Il viaggiatore sa che, prima o poi, lascerà il bar e andrà lì.
Camminerà tra i campi, sentirà il vento, si fermerà davanti al cippo.
Leggerà i nomi uno per uno, come si leggono i capitoli di un libro che non si può chiudere.

Da qui il cammino può continuare verso il borgo medievale di Rosignano Marittimo, verso Castiglioncello e la Villa Mirabella di Gabbro — altri luoghi dove la costa e la collina tengono memoria.

Conclusione

Il viaggiatore si alza, paga, saluta.
Esce dal bar.

Fuori, la luce è cambiata.
Rosignano non è più solo un luogo di mare, di fabbriche, di strade: è una storia che continua a camminare sotto la superficie delle cose.

Il viaggiatore cammina lungo la strada, sapendo che, da quel momento, il nome Saracino non è più solo un toponimo: è una ferita, un cippo, una famiglia, un pomeriggio di luglio del 1944.

E lui, semplicemente, decide di non dimenticarlo.

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